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Capitolo 5 — Le dimissioni dentro di me
C’è stato un tempo in cui non riuscivo a stare ferma.
La fermezza, per me, era vuoto.
E il vuoto faceva paura.
Allora mi inventavo dei gesti. Piccoli. Segreti. Ridicoli.
Gesti che sembravano amore e invece erano ansia.
Una volta sono andata sotto casa sua con una foto in mano.
Non era un gesto romantico.
Non era coraggio.
Era bisogno.
Avevo bisogno di fare qualcosa perché, se facevo qualcosa, mi mettevo l’anima in pace.
Era il mio modo di dirmi: “Vedi? Ci sono.”
Anche se non era vero.
Sono arrivata lì, con la foto stretta tra le dita.
Ho guardato il portone.
Ho sentito il cuore battere forte, come se stessi per commettere un reato.
Non ho suonato.
Ho infilato la foto sotto la porta, veloce, come una ladra.
E me ne sono andata.
Quello era il massimo che riuscivo a fare: lasciare una traccia e scappare.
Oltre quel limite non sono riuscita ad andare.
Io ero una codarda.
Perché la verità non è che non lo amavo.
La verità è che avevo paura.
Avevo paura che mi aprisse.
Avevo paura che mi guardasse.
Avevo paura che mi chiedesse una cosa semplice, una cosa pulita, una cosa che non ha bisogno di cattiveria per distruggerti:
“Tu dove sei?”
Io ho immaginato quella frase mille volte.
E ogni volta mi mancava l’aria.
Perché lui avrebbe potuto dirmi, con naturalezza, come si parla a una madre quando si è un ragazzo e si sta diventando grande:
“Io sto andando a scuola.”
“Io sto studiando.”
“Io sto crescendo.”
“Tu dove sei?”
E io, in quel momento, non avevo una risposta che non mi facesse crollare.
Gli anni più violenti non sono stati quelli delle urla.
Sono stati quelli delle domande normali.
Gli altri genitori.
Le chiacchiere davanti a scuola.
Le frasi dette senza pensare, come si dice il meteo.
“Come sta Luca?”
“Che voti ha preso?”
“Che sport fa?”
“Alla festa di classe c’era?”
Tra le mani avevano l’agenda, i gruppi WhatsApp, i calendari delle verifiche, le recite, le feste, i “domani portate il cartellone”, i “si va in gita”.
Io non avevo niente.
Io ero assente.
Non sapevo che voti aveva preso.
Non sapevo se c’erano feste.
Non sapevo se lui rideva con qualcuno o se stava da solo.
Non sapevo se c’era una materia che gli piaceva.
Non sapevo niente.
E questa ignoranza non era innocenza.
Era una vergogna che mi graffiava la pelle.
A volte cercavo di spiare.
Cercavo di capire da una frase buttata lì, da un accenno, da un “eh, sai Luca…”
Cercavo di ricostruire mio figlio come si ricostruisce una vita ascoltando i racconti degli altri.
E ogni volta mi sentivo più piccola.
Non avevo il diritto di fare domande.
E non avevo il coraggio di sentire le risposte.
Perché io volevo arrivare a lui, ma avevo paura di trovarlo davvero.
È brutto da dire.
È quasi impossibile da scrivere.
Ma è così.
Quando la paura mi prendeva, io non facevo “la madre forte che supera tutto per amore”.
Io mi ritiravo.
Non era una scelta ragionata.
Non era un piano.
Era istinto.
Era fuga.
Se lui mi avesse chiesto “Tu dove sei?”, io non avrei risposto da madre.
Io avrei risposto come una bambina.
Avrei risposto che ero tornata dentro la mia stanza.
Con i tappi nelle orecchie.
Nella mia cameretta a cinque anni.
E lì, dentro quella stanza, non c’era Luca.
C’ero io.
Piccola. Impaurita. Mutata.
Questo è il punto che mi spacca:
io ero fuori da tutto quello che un genitore dovrebbe sapere… ma dentro di me c’era una bambina che non reggeva.
E io non l’ho superata.
Non ho insistito.
Non ho combattuto.
Non ho bussato.
A un certo punto ho rassegnato le dimissioni dentro di me.
Non davanti agli altri.
Non con una frase.
Dentro.
È stato come abbassare le spalle.
Come dire senza dirlo: “Non ce la faccio.”
Come smettere di sperare di essere ancora necessaria.
Io ho avuto paura.
E mi sono fermata.
E questa, per me, è stata la cosa più dura da guardare:
non che lui fosse lontano…
ma che io, davanti a quella distanza, non sono riuscita ad attraversarla.